venerdì 20 febbraio 2026

Il voto

Juna all'arrivo a Corcyrus dopo quel viaggio sul carro dal campo Tuchuk, relativamente breve ma decisamente scomodo, non aveva permesso a nessuno di toccare il figlio del suo padrone, dopo che Nio e Tani si erano presentati alle autorità cittadine per chiedere l'intervento delle green per quella strana febbre che aveva reso Ashvin letargico. Ogni cura al campo wagon era stata vana, e quella partenza fu quasi obbligata. Quando gli schiavi cittadini si presentarono davanti al carro per prendere in custodia il ragazzo, si era rifiutata, quasi ringhiando come una leonessa che difende il suo cucciolo: Ashvin, quel figlio non suo, ma che aveva aiutato a mettere al mondo e del quale si era presa cura per molti anni. L'intervento del padrone aveva fatto si, che le permettessero di portarlo in braccio fino all'ospedale, mentre Tani e Nio si erano fermati per le presentazioni di rito.

Arrivata all'ospedale cittadino, aveva posato il ragazzo su un lettino e aveva mandato via Laila con l'ordine di capire dove e come i padroni si sarebbero sistemati, delegando a lei quel lavoro che di solito era di sua competenza, ma che in quel momento non era in grado di svolgere: voleva rimanere insieme ad Ashivin. Si mise seduta accanto al letto, immobile come una statua di ebano, mentre le sue mani gentili, accarezzavano la fronte calda di lui: non era suo sangue, era il figlio dell'uomo che possedeva la sua libertà, ma anche ogni battito del suo cuore.

Dopo un po' di tempo, che nemmeno lei fu in grado di quantificare, Tani si presentò nella stanza, ma entrambe, poco dopo, furono fatte uscire appena le green si palesarono per i primi accertamenti. La slaver era stremata così come lo era lei, e forse presa dalla frustrazione per non essere in grado di aiutare il figlio, le si scagliò contro cacciandola malamente dall'ospedale.

In quanto schiava su un pianeta lontano, la legge per lei era chiara: il suo corpo era uno strumento di lavoro e piacere, non un tempio di vita. La sterilità forzata era il marchio del suo stato, una ferita invisibile che sanguinava ogni volta che guardava Ashvin. Quel bambino ormai ragazzo, era l'unico miracolo che le fosse concesso di sfiorare, l'unico "figlio" che il destino le avrebbe mai permesso di amare. Ma Ashvin rischiava forse di morire: la febbre, una piaga aliena strisciante, non accennava a scendere.

Juna non si allontanò dall'ospedale, anche se così le era stato ordinato, non andò lontana, si rannicchiò in un angolo buio, dietro una colonna di pietra fredda, proprio sotto la finestra della stanza dove Ashvin lottava per la sua vita. Lì, nel fango e nell'ombra, la sua guerra interiore esplose. Si toccò i capelli: quei ricci neri, fitti e bellissimi. I capelli erano un suo vanto, una cascata nera, che incorniciava il suo volto, esaltando il verde dei suoi occhi e la sua carnagione chiara. Aveva sempre pensato che Nio amasse quei capelli, perchè, e a volte, nei momenti di distratta gentilezza, glieli accarezzava facendo ballare le sue dita tra quella morbidezza. Rinunciare a loro non era vanità. Era rinunciare all'unica parte di sé che sentiva ancora “sua”, anche se ben cosciente che il padrone ne possedeva comunque la proprietà, e lo aveva dimostrato diversi anni prima tagliandoglieli completamente come punizione per essere stata rapita dalle Talunas fuori dalle mura di Shiprock.




Girava tra le mani una ciocca di quei ricci morbidi e scuri, ma che riflettevano comunque la lucentezza delle tre lune di Gor che avevano fatto capolino nel cielo notturno. Chiuse gli occhi e tornò con la mente alla Terra, ai racconti sussurrati dai suoi antenati. Si rivolse a Lei, la Madre delle Madri, la stessa che aveva visto il proprio figlio soffrire. *Tu che hai conosciuto il dolore di un grembo vuoto e di un figlio perduto," sussurrò in un dialetto terrestre quasi dimenticato. "Ascoltami. Io non ho oro, non ho terre, non ho libertà da offrirti. Ho solo questo." Afferrò una ciocca dei suoi ricci perfetti. "Se lo lasci vivere, se spegni questo fuoco che lo divora, io trasformerò questa bellezza in catene di devozione. Intreccerò i miei capelli in dreadlock stretti e duri, rinunciando alla loro morbidezza e bellezza: diventeranno il segno del mio voto..*

Il conflitto interiore la scuoteva. Immaginava le dita di Nio che, un giorno, avrebbero trovato quei nodi rigidi e incolti invece della seta a cui era abituato. Sarebbe diventata "brutta" ai suoi occhi? Lo sguardo che lui le riservava sarebbe cambiato? Ma poi sentì Tani piangere all'interno di quella stanza, capendo che era a confronto delle green e sentì la fitta dell'amore incondizionato, quell'amore materno che non chiede possesso, ma solo esistenza. Quell'amore che si rispecchiava in quel giovane ma che era maturato tra le mani dell'uomo al quale era si completamente donata, e per cui avrebbe dato la propria vita, un amore che superava le barriere dei mondi e degli status. Con dita tremanti ma decise, iniziò a separare le ciocche, iniziò a cotonare, a intrecciare, a stringere. Ogni nodo era una preghiera silenziosa in quella lingua che le apparteneva. Ogni riccio che spariva per diventare un cilindro di capelli compatti, era un pezzo del suo ego che si offriva in cambio della vita del ragazzo.

Vide la slaver uscire dall'ospedale con passo svelto, non sapeva perchè avesse lasciato il capezzale del ragazzo, ma questo la spronò a velocizzare quel suo piccolo rito. Era notte fonda, quando la trasformazione era completa. Juna non era più la schiava dai ricci fluenti, era una donna che aveva fatto un voto per un amore incondizionato per un figlio non suo, e di riflesso, per un uomo che non le sarebbe mai appartenuto. Si alzò a fatica, le gambe intorpidite dal freddo, si passò le mani sulla testa: non sentì più la nuvola soffice di un tempo, ma la corona dura e fiera del suo voto.

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