E’ il tramonto nella piana di fronte a Shiprock. I quattro clan del Popolo dei Carri sono schierati con i loro carri e i loro kaiila da guerra. Avanzo a piedi nudi sull'erba alta lasciando il mio kaiila a diversi passi di distanza, sino ad arrivare al centro del cerchio dei carri, davanti ai capi: Kamchak dei Tuchuk mio fratello di sangue, e i rappresentanti dei Kassar, dei Kataii e dei Paravaci. Non porto la lancia in resta, ma la tengo orizzontale sopra la mia testa con entrambe le mani, in segno di verità, prima di conficcarla nel suolo davanti ai quattro capi. Mi inchino leggermente, non per sottomissione, ma per rispetto del sangue comune.
Nio il Tuchuk: “Capi dei Popoli dei Carri! Fratelli dell’Erba e del Vento! Io sono Nio, del sangue Tuchuk, e non vengo a voi come un cittadino delle gabbie di pietra come Turia, ma come un uomo che ha piantato una radice dove prima c’era solo polvere."
Indico con un gesto secco la sagoma di Shiprock e le mura ricostruite che si stagliano contro il cielo.
Nio il Tuchuk: "Sapete che le rovine di Shiprock erano morte. Io le ho ridato il battito del cuore. Ho posto lì la mia Pietra di Casa. Ma ascoltatemi bene: quella Pietra non è un muro per chiudervi fuori, né una catena per legare la prateria. È un’ancora."
Mi chino, strappo una manciata di erba con la terra ancora attaccata alle radici e la sollevo verso Kamchak.
Nio il Tuchuk: "Per i Kassar, che stimano il numero delle bestie: Shiprock non toccherà un solo bosk delle vostre mandrie. I pascoli restano vostri, liberi come il vento del sud.
Per i Kataii, che conoscono il valore dei mercati: i miei cancelli saranno sempre aperti per i vostri carri. Non sarete tassati, sarete ospiti.
Per i Paravaci, amanti del lusso e delle stoffe: la mia città sarà il luogo dove l'oro dei mercanti si trasformerà in acciaio e seta per le vostre donne.
E per te, Kamchak, fratello di sangue: sai che un Tuchuk non tradisce la terra. Shiprock non è una città di schiavi, ma un avamposto di guerrieri che guardano le spalle ai vostri carri quando migrate a nord."
Ora abbasso la voce, rendendola ferma e d'acciaio.
Nio il Tuchuk: "La mia Pietra di Casa giura questo: finché Shiprock starà in piedi, i Popoli dei Carri avranno un porto sicuro nell'erba. Non sono un re che vuole governarvi, sono un fratello che ha costruito una casa per onorare la nostra forza. Accogliete la mia terra e la mia erba, o scagliate le vostre lance. Ma sappiate che se colpite me, colpite un pezzo della vostra stessa libertà."
Kamchak, il fiero e astuto leader dei Tuchuk, rimane immobile sul suo enorme kaiila da guerra. Il vento della pianura agita le piume della sua acconciatura e il cuoio della sua armatura. Per lunghi istanti, il solo suono è il respiro pesante dei bosk in lontananza. Poi, con un movimento fluido, balza a terra. Il terreno trema sotto i suoi stivali di pelle. Si avvicina a me, fissandomi con occhi che hanno visto mille battaglie e altrettante migrazioni. Kamchak incrocia le braccia muscolose sul petto, studiando la lancia che ho conficcato nel suolo. Poi sposta lo sguardo verso le mura di Shiprock, quasi con disgusto, come se guardasse una ferita sulla pelle della prateria.
Kamchak: "Nio... un Tuchuk che raccoglie pietre invece di seguire le stelle. Molti tra i miei guerrieri dicono che il tuo sangue si è fatto denso e lento come il fango del fiume, che hai perso il ritmo degli zoccoli per il silenzio delle rocce."
Si avvicina poi ulteriormente, finché il suo viso è a pochi centimetri dal mio. Il suo odore è di grasso di bosk, cuoio vecchio e fumo.
Kamchak: "Dici che quella Pietra di Casa è un'ancora. Ma un'ancora è solo un peso per chi deve correre. I Kassar guardano i tuoi tetti e vedono un ostacolo per le loro mandrie. I Paravaci vedono un bersaglio facile per le loro razzie. E io... io vedo un uomo che vuole stare seduto mentre il mondo gira."
Allunga improvvisamente una mano e afferra il mio braccio con una stretta d'acciaio, voltandomi verso i carri schierati degli altri clan.

Kamchak: "Tuttavia, hai offerto Terra ed Erba. Hai parlato di porti sicuri e di mercati senza catene. Se Shiprock diventasse una vera città, con leggi di mercanti e gabbie per uomini, io stesso la raderei al suolo prima della prossima luna. Ma se Shiprock rimarrà un 'accampamento di pietra', un luogo dove un guerriero può riparare la sua lancia e un carro può trovare rifugio senza sentirsi prigioniero... allora, forse, l'erba può crescere anche tra quelle rovine."
Kamchak estrae il suo pugnale ricurvo e, con un gesto fulmineo, incide un solco profondo nel terreno, tracciando una linea tra i suoi stivali e i miei.
Kamchak: "Ecco il patto, Nio il Tuchuk. I nostri carri passeranno a un tiro d'arco dalle tue mura. Se un solo uomo di Shiprock tenterà di fermare un bosk o di reclamare un pollice di prateria oltre quella linea, la tua Pietra di Casa diventerà il tuo tumulo funerario. Ma se manterrai i cancelli aperti e le lame affilate per i nemici dei Popoli dei Carri... allora dirò ai clan che Shiprock è l'estensione del carro di Nio. Un carro che non si muove, ma che appartiene ancora alla pianura."
Mi strappa di mano la manciata di erba e terra, la porta alla bocca per assaggiarne il sapore, poi la sparge al vento sopra la mia testa.
Kamchak: "L'erba accetta la pioggia, e per ora, i Tuchuk accettano la tua pietra. Ma non dimenticare mai, fratello: le pietre si sbriciolano. I Popoli dei Carri restano."
Non distolgo lo sguardo da Kamchak. Accolgo la sfida del pugnale e, con un gesto solenne, mi inginocchio nel solco tracciato dal leader Tuchuk.
Nio il Tuchuk: "Sia questo solco il confine della mia carne, ma non della mia lealtà! Giuro sull'erba che nutre i nostri bosk e sul vento che guida i nostri carri: Shiprock non sarà mai una catena. Se le mie pietre dovessero soffocare la libertà della pianura, che la mia stessa Pietra di Casa mi schiacci. Io appartengo alla prateria, e la mia città è il suo scudo, non la sua prigione!"
Bacio la terra del solco e poi mi rialzo, rivolgendomi ora al rappresentante dei Kassar, i più sospettosi riguardo alla gestione delle risorse.
Nio il Tuchuk: "Kassar! Voi che contate le ricchezze in corna e zoccoli, guardate!"
Con un cenno della mano verso le porte di Shiprock, un gruppo di miei uomini avanza portando pesanti sacchi di sale e rotoli di cuoio conciato con tecniche ignote ai nomadi.
Nio il Tuchuk: "Questo è per le vostre mandrie. Sale per fortificare i vostri bosk durante la migrazione invernale e per conservare le vostre riserve di cibo. Non è un tributo, è il dono di un fratello che ha le dispense piene affinché i suoi consanguinei non debbano mai conoscere la carestia. Prendete, e sappiate che a Shiprock le scorte sono vostre."
Infine, mi rivolgo di nuovo a Kamchak, aprendo le braccia verso l'imponente arco d'ingresso della città ricostruita.
Nio il Tuchuk: "E ora, Kamchak, lascia che i capi camminino con me. Vi mostrerò che all'interno di queste mura non troverete gabbie per uomini o troni dorati. Vedrete fucine dove si tempra l'acciaio Tuchuk e stalle ampie come il cielo per i vostri animali di riguardo. Venite a vedere come un uomo può vivere tra le rocce senza smettere di essere un guerriero dei carri."
Kamchak scambia uno sguardo con i capi degli altri clan. Il rappresentante dei Kassar assaggia il sale, annuendo con un grugnito di approvazione. Kamchak sorride in modo predatorio, poi fa un cenno ai suoi guerrieri di restare in attesa.
Kamchak: "E sia, Nio. Vedremo se le tue mura profumano di libertà o di polvere di città. Cammineremo con te... ma tieni le mani lontano dalle tue guardie. La mia pazienza è più corta della mia spada."
Il sole è ormai calato dietro l'imponente profilo di Shiprock, lasciando il posto a un cielo trapunto di stelle vivide. Al centro della piazza principale della città ricostruita, un ampio spazio senza tetto, affinché i guerrieri non si sentano mai prigionieri, ruggisce un enorme falò. L'odore del grasso di bosk che cola sulle braci riempie l'aria, mescolandosi al profumo acre del legno di deserto. Non ci sono sedie, solo pesanti tappeti di pelle distesi a terra. I capi dei quattro clan siedono in cerchio: Kamchak dei Tuchuk, il silenzioso rappresentante dei Kassar, il nobile dei Paravaci avvolto nelle sue sete e l'astuto leader dei Kataii. Io, seduto tra loro come un pari, estraggo il mio pugnale e taglio la prima fetta di carne dal girarrosto, offrendola a Kamchak. È il gesto del padrone di casa che si fida dei suoi ospiti.
Nio il Tuchuk: "Mangiate, fratelli. Questa carne è stata cacciata all'ombra di queste mura, ma appartiene alla terra che calpestiamo tutti. Stasera, Shiprock non è una città, è solo un grande carro che ha deciso di fermarsi per accogliere i suoi compagni di viaggio."
Kamchak afferra la carne con le mani, ne morde un pezzo generoso e poi solleva una ciotola di legno piena di paga.
Kamchak: "Hai la mano ferma e la carne è buona, Nio. I Kassar hanno il loro sale, i Paravaci sognano già i tuoi scambi, e io... io ho visto che qui dentro si può ancora sentire il vento. Per stasera, la tua Pietra di Casa è la nostra."
I quattro capi sollevano le loro ciotole all'unisono. Il suono del legno che batte contro il legno e le risate dei guerrieri all'esterno delle mura creano un coro che sembra far vibrare le fondamenta stesse di Shiprock. Per una notte, la distinzione tra nomade e stanziale scompare.
Nio il Tuchuk: "All'Erba, al Vento e alla Pietra che ci protegge tutti!"
Mentre la festa prosegue e i racconti di razzie e migrazioni passate riempiono la notte, capisco di aver fatto l'impossibile: ho dato una casa a chi non ne voleva una, e loro l'hanno chiamata casa.
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