
La bottega è immersa nella luce calda del pomeriggio. I raggi del sole attraversano le finestre e si posano sulle tele appoggiate alle pareti, sui pennelli lasciati ad asciugare e sui piccoli recipienti colmi di pigmenti. Sono in piedi davanti al cavalletto, con la tavolozza nella mano sinistra e un pennello sottile tra le dita della destra. Da ore lavoro allo stesso dipinto, ma la donna che cerco di rappresentare non appartiene a Shiprock, né a questo mondo di pietra e polvere. Esiste nei miei pensieri, nei miei desideri, in quella parte di me che nessuno qui conosce. Chiudo gli occhi per un istante e la rivedo. I suoi capelli raccolti morbidamente, qualche ciocca sfuggita ad accarezzarle il viso, le labbra socchiuse e quella delicatezza nello sguardo che riesce a disarmarmi più di qualsiasi parola. Il pennello si muove quasi da solo. Stendo sulla tela le prime sfumature del paesaggio, lasciando che i colori della terra goreana si mescolino ai toni dorati che immagino sulla sua pelle. Non voglio dipingere soltanto il suo volto. Voglio dipingere il modo in cui mi sento quando la penso, quella strana quiete che mi raggiunge anche quando sono lontano da lei. Un sorriso appena accennato mi sfiora le labbra mentre aggiungo un’ombra sotto i suoi zigomi. «Dove sei, adesso? Ti domandi mai se qualcuno, da qualche parte, ti stia pensando?» La domanda mi sfugge a bassa voce, destinata soltanto alla donna che vive nella mia immaginazione. Mi avvicino alla tela, inclinando il capo per correggere una pennellata, poi mi fermo. Ho dipinto decine di volti da quando sono arrivato su Gor, ma nessuno mi ha mai richiesto tanta attenzione. Forse perché gli altri li ho osservati con gli occhi, mentre lei la sto cercando dentro di me. «È curioso…» mormoro, facendo ruotare lentamente il pennello tra le dita. «Sono arrivato in una terra che non conoscevo, circondato da uomini che misurano il valore attraverso la forza, il rango e la capacità di imporsi. Eppure, quando penso a te, tutto questo perde importanza. Rimane soltanto ciò che vorrei raccontarti, le cose che vorrei mostrarti, i silenzi che vorrei condividere.» Fuori dalla bottega sento il vociare del mercato. Alcuni cittadini attraversano la piazza, un mercante richiama i passanti, passi decisi risuonano sulla pietra. Per un momento sollevo lo sguardo verso l’ingresso, vedendo le ombre delle persone scorrere sulla soglia. Qualcuno rallenta per osservare le tele esposte, altri proseguono senza fermarsi. Non mi curo di loro. Torno alla mia donna, alla figura che prende forma davanti a me, e con poche pennellate definisco la curva del suo naso e la morbidezza delle labbra. Poi, quasi senza accorgermene, avvicino il viso alla tela, come se la distanza tra il mio sogno e la realtà potesse essere colmata da un ultimo tratto. «Se fossi qui, probabilmente rideresti nel vedermi così concentrato. Mi diresti che sto esagerando, che nessuno può passare tanto tempo davanti a un dipinto senza impazzire.» Sorrido tra me, abbassando gli occhi sulla tavolozza. «E forse avresti ragione. Ma come potrei dipingerti in fretta, se persino immaginarti riesce a fermare il tempo?» Una folata d’aria muove appena le tele più leggere. Dalla strada giunge una risata, poi il rumore di passi che si allontanano. Shiprock continua a vivere oltre la mia porta, con le sue incombenze, i suoi intrighi e le sue leggi. Io resto qui, solo davanti al cavalletto, con il cuore rivolto altrove. Intingo ancora il pennello in una sfumatura calda e luminosa e la stendo delicatamente tra i suoi capelli. Per un istante mi sembra quasi di sentirne il profumo, di riconoscere il calore della sua presenza accanto a me. Ma quando mi volto, la bottega è vuota. Abbasso lo sguardo e lascio uscire un respiro silenzioso, quindi torno a dipingere. Perché finché potrò darle forma sulla tela, almeno una parte di lei sarà qui con me.
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