mercoledì 15 aprile 2026

Il Crepuscolo di Pietra di Shiprock

Il Crepuscolo di Pietra di Shiprock
Il vento di Gor non ha pietà per chi è stanco. Nio, avvolto nel mantello pesante che puzzava di fumo e di cuoio vecchio, fissava l'orizzonte dalla torretta sopra la porta principale, l'ingresso che un tempo accoglieva carovane festanti e che ora pareva la bocca di un sepolcro. Sotto di lui, Shiprock non era più la città vibrante di scambi e richiami appena ricostruita: era un organismo ferito che rantolava in silenzio.

La desolazione di fronte a lui era totale. Gli ammalati erano decine, un numero che cresceva a ogni rintocco di clessidra, decimando la sua gente e la vicina foresta. Persino le pantere, le nobili predatrici delle ombre, soffrivano dello stesso contagio, i loro ruggiti ridotti a gemiti rochi che salivano dal sottobosco come un’accusa. Nio sentiva ogni loro spasmo come se fosse il proprio. Il suo fisico, temprato dalle tante battaglie e dalle lunghe cavalcate nelle pianure, era al limite; le occhiaie scavate e i muscoli tesi erano il prezzo di un comando che non aveva cercato, ma che onorava con la ferocia dei suoi fratelli Tuchuk.

Da quando aveva dovuto proclamare l’Ubarato per arginare il caos in cui Shiprock era scivolata, i suoi compiti erano triplicati. Usando quel poco di diplomazia che era ancora in grado di gestire con la mente annebbiata dalla fatica, era riuscito a ottenere risposte da Egeria e Corcyrus: uomini e sussistenze stavano arrivando, un tributo pagato al suo carisma e alla necessità di non far cadere quel baluardo. Da Tentium nessuna risposta. Le voci parlavano di un attacco da parte della città-stato di Kasra, ma a Nio poco importava di come stessero andando le cose laggiù. I rapporti erano oramai deteriorati, soprattutto da quel mandato di cattura che pendeva sulla sua testa in quella città che era ormai per lui un dettaglio insignificante, cenere nel vento. Non aveva mai ricevuto risposta dall’Ubar di Tentium nonostante l'incontro all’En-kara e le sue rassicurazioni su un chiarimento; ora, sicuramente, erano ben altri i problemi che consumavano... quell'Ubar.



La Notte delle Pire
Mentre il sole di Gor calava bruscamente dietro le vette, lasciando spazio a un cielo tinto di viola e indaco, l'oscurità non gli portò sollievo. Una dopo l'altra, le pire funebri venivano accese nelle piazze basse e fuori dalle mura. Il crepitio del legno secco fu presto accompagnato dal fumo denso, nero e pesante, che saliva verso le torrette portando con sé il puzzo dolciastro e viscido della carne che brucia. Era l'odore della sconfitta che Nio si rifiutava di accettare.
L'Ubar rimase immobile, una sagoma scura contro i bagliori rossastri degli incendi rituali. La stanchezza gli pesava sulle ossa come un'armatura di piombo, eppure il sonno era un nemico lontano, un traditore che non poteva permettersi di accogliere. Ogni volta che chiudeva gli occhi, vedeva il volto dei suoi cittadini mutati dal morbo o sentiva il graffio agonizzante delle pantere nella boscaglia.

Invece di cercare il giaciglio, Nio scese le scale di legno delle mura, i suoi stivali che risuonavano pesanti nel silenzio irreale delle strade. Voleva vedere. Doveva sentire il polso di ciò che restava della sua Shiprock. Passò accanto ai fuochi, dove le ombre dei vivi sembravano appena più consistenti di quelle dei morti. Si fermò davanti alle tende dei malati, ignorando gli avvertimenti dei medici che agitavano erbe amare per purificare l'aria.
Il volto di Nio, illuminato dai riflessi arancioni delle fiamme, era una maschera di granito. Guardò negli occhi un giovane lanciere, ormai troppo debole per reggere l'asta, e vi scorse il terrore. Non offrì parole di conforto, un Tuchuk non ne ha, ma posò la mano guantata sulla spalla del ragazzo per un istante, un gesto di possesso e protezione che valeva più di mille preghiere ai Re Sacerdoti.
Mentre il puzzo del fumo gli riempiva i polmoni e la cenere gli imbiancava il mantello, Nio continuò la sua marcia lenta tra i lamenti dei moribondi. La stanchezza era un urlo nella sua testa, ma la sua volontà rimaneva l'unico pilastro capace di sorreggere le mura di Shiprock in quella notte senza fine.

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