Attraversa il porto con passo rapido, lo sguardo che si muove costantemente tra i malati, i sani, le strutture ancora incompiute. In pochi istanti individua ciò che serve, ciò che manca, ciò che va corretto. Non alza la voce, ma chiunque le sia vicino finisce per ascoltarla.
Passa al magazzino del porto, il luogo ideale che l'Ubara Tani aveva individuato per il raccogliemnto dei malati, ne studia l'ampiezza e come, chi era stato colpito dal morbo, era stato sistemato. Annuisce prima di uscire dala struttura per individuare il luogo idoneo da destinare invece a chi si sospettava potesse essere stato contagiato, ed effettivamente individua una zona abbastanza distante dal passaggio principale, ma accessibile. È lì che decide. “Qui sistemeremo i sospetti malati.” Non aspetta approvazioni. Non ce n’è bisogno.
Le persone iniziano a muoversi attorno a lei, e Yasirah li guida uno a uno, senza fretta ma senza esitazioni. Fa portare pelli da stendere a terra, controllandone lo stato con un rapido sguardo, scartando quelle troppo sporche. Fa recuperare stracci, lino, qualsiasi tessuto possa essere usato come benda. Nulla viene sprecato, tutto viene destinato a uno scopo preciso.
Quando vede una kajira con dell’acqua tra le mani, la ferma con un gesto deciso. Non c’è durezza nelle sue parole o nei suoi modi, ma non c’è spazio per l’errore. Le spiega, con poche parole, che da quel momento ogni acqua dovrà essere bollita prima di essere usata, e indica chiaramente dove dovranno essere posizionati i fuochi e i recipienti. Catini, brocche, qualsiasi contenitore utile viene fatto convergere verso un unico punto, sotto controllo.
Si abbassa accanto ad alcuni malati che vengono portati nel magazzino, verificando rapidamente le condizioni di ciascuno. Chi delira viene sistemato tra i più gravi, chi riesce ancora a rispondere viene tenuto separato, osservato con attenzione. Non lascia che vengano mescolati. Non più.
Le kajire vengono richiamate ancora, questa volta per un compito diverso. Yasirah spiega loro come preparare brodi leggeri, caldi, qualcosa che possa sostenere chi è ancora in grado di nutrirsi senza affaticare il corpo già provato dalla febbre. Raccomanda loro di non forzare chi non riesce a bere, di procedere a piccoli sorsi, con pazienza.
Nel frattempo richiama chiunque si trovi a lavorare vicino ai malati. Indica il volto, la bocca, le mani. Ordina che vengano coperti. Che usino stoffe, pelli, qualsiasi cosa pur di non entrare a contatto diretto. Non è una precauzione opzionale, è una necessità.
Quando il primo accenno di ordine inizia finalmente a prendere forma, Yasirah si sposta verso i margini della città, dove il fumo si alza più denso. Le pire sono già state preparate, ma non si fida. Non ancora.
Si avvicina ai corpi, uno per uno, controllando ciò che deve essere controllato: respiro, battito, segni di vita. Non lascia spazio al dubbio. Solo quando è certa, annuisce appena e dà il suo consenso.
Spiega con chiarezza che nessun corpo dovrà essere bruciato senza verifica, e che le pire dovranno restare lontane dall’acqua, lontane da qualsiasi fonte che possa contaminarsi ulteriormente.
Non si ferma nemmeno lì. Non guarda il fuoco più del necessario.
Torna indietro. Sempre indietro, verso i vivi.
Il campo che aveva indicato poco prima ora inizia a respirare in modo diverso. Le pelli sono stese, l’acqua viene portata, i malati vengono separati come aveva stabilito. Non è ancora ordine perfetto, ma è un inizio. Ed è sufficiente.
Yasirah si muove tra loro senza sosta, correggendo, indicando, intervenendo dove serve. Non alza mai la voce, ma nessuno, ormai, la ignora. Non si ferma. Non rallenta. Shiprock è malata e lei ha appena iniziato a curarla.

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