La notte di Shiprock odorava di grasso arrostito, fumo acre e ferro battuto. Sotto, nelle piazze illuminate dai falò, i guerrieri dei diversi clan celebravano la fine del torneo di spade con grida sguaiate, tracannando Paga e intonando canti che rimbalzavano contro le mura massicce della città. Ma lassù, sul punto più alto del Bastione, l’eco della festa arrivava smorzata, come il ronzio di un insetto fastidioso.
L’Ubar Nio stringeva il parapetto di pietra con le dita nude. Non indossava la tunica cerimoniale delle grandi occasioni, ma la sua vecchia casacca di cuoio da viaggio, logora e impregnata del cerume delle cavalcate. Fissava l’oscurità oltre le mura. Lì dove Shiprock finiva, cominciava il nulla delle grandi pianure: quel mare d'erba e polvere che per i Tuchuk era l'unica vera casa, e che quella notte sembrava chiamarlo a gran voce. Il vento gli sferzava il viso, ma a Nio sembrava che quell'aria, prima di raggiungere il Bastione, fosse stata filtrata, sporcata e privata della sua anima dai vicoli della città. Sentiva un peso al centro del petto, una morsa fredda. Era il tempo che stringeva, i giorni che volavano via tra scartoffie, trattati commerciali e sorrisi ipocriti di chi non aveva mai visto un orizzonte pulito. Domani ci sarebbe stato il torneo d’arco. Tradizione voleva che fosse lui, l’Ubar, a scoccare la prima freccia. Ma come poteva farlo se il suo stesso spirito si sentiva piegato dall'immobilità di quella fortezza?
«Il vento delle pianure non cancella i doveri, Ubar.»
I passi del Commander Cassio erano pesanti, scanditi dal metallo degli schinieri. L’ufficiale si avvicinò al parapetto, tenendo in mano due calici di pietra colmi del forte e corposo Ka-la-na rosso. Cassio indossava l'armatura cittadina, ma sotto le piastre di ferro batteva lo stesso sangue nomade. Non era nato tra la gente dei carri, eppure le pianure lo avevano cresciuto, svezzato e accolto come uno di loro. Era un Tuchuk nell'anima. Eppure ora si trovava lì, confinato tra quelle mura, proprio per via del comando che Nio stesso gli aveva imposto nominandolo Commander per sorvegliare Shiprock.
Nio non si girò quando l'altro gli tese il liquore. «Questa città è una prigione, Cassio. La pietra non si muove. Non cambia. Sotto i piedi sento solo polvere morta. Nelle pianure, ogni alba cancella il passato. Qui, ogni alba è solo un altro anello della catena. Tu dovresti capirmi più di chiunque altro.»
«Infatti ti capisco, Ubar», rispose Cassio, la voce profonda e priva di futili sentimentalismi. Mandò giù un sorso di Ka-la-na, poi poggiò i polsi massicci sulla pietra, guardando nella stessa direzione dell'opposto orizzonte. «Pensi che a me piaccia l'odore di questa pietra? Pensi che non senta anch'io il richiamo dei bosk e dei nostri carri? Tu mi hai messo questa corazza addosso, Nio. Mi hai voluto qui, a fare la guardia a queste mura, a fare il guardiano dei tuoi accordi. E ora mi guardi come se fossi io il carceriere?»
Nio voltò finalmente la testa, gli occhi lucidi di una rabbia trattenuta e stanca. «Il tempo stringe, Commander. Abbiamo pochi giorni prima che le carovane ripartano. E io sto sprecando le mie ore a firmare permessi per i mercanti e a sorridere a chi ci vorrebbe morti. Domani pretendono che io tiri con l'arco. Ma il mio braccio è pesante. Questa città mi sta togliendo la forza che il deserto ci ha dato.»
Cassio posò il suo calice e si voltò di scatto, piantando lo sguardo in quello del suo leader. La durezza del guerriero delle pianure emerse in tutta la sua pragmatica schiettezza, rafforzata dal legame che li univa. «Allora lasciala cadere, quella freccia. Sbaglia il colpo domani davanti a tremila arcieri dei clan. Mostra a tutti che l’Ubar Nio si è arreso alla pietra di Shiprock. Dimostra ai tuoi rivali che sono bastate quattro mura a spezzare lo spirito del grande leader che io ho deciso di seguire. Mi hai chiesto di essere la tua ancora in questa città. Bene, allora ascolta l'ancora: la nostra libertà è finita il giorno in cui i Tuchuk ti hanno scelto. Ora appartieni a loro. E se io devo restare qui a marcire dentro questa fortezza per tuo ordine, tu domani farai vedere a questa gente che un uomo delle pianure sa comandare anche dove non c'è erba.»
Le parole di Cassio caddero come colpi di martello nel silenzio della notte. Il Commander cercò dentro la giubba ed estrasse un piccolo oggetto: una punta di freccia in ossidiana, grezza, legata a un laccio di cuoio. La posò sul parapetto, proprio accanto al calice di Nio. Un simbolo della loro terra comune.
«Il torneo di domani non è per Shiprock, Ubar», concluse Cassio, attenuando appena il tono, lasciando trapelare il ruvido, immenso rispetto che provava per lui. «È per dimostrare che il vento può piegare la pietra, se soffia abbastanza forte. Domani devi decidere se essere quel vento o solo un soffio d’aria che si disperde e si spegne tra i nostri vicoli. La città aspetta la tua risposta. E io con lei.»
Senza aggiungere altro, il Commander si girò e si allontanò, i passi ferrati che risuonavano sul camminamento, lasciando Nio solo sul Bastione. L’Ubar abbassò lo sguardo sulla punta di ossidiana, mentre i fumi densi del Ka-la-na sfumavano nella notte. Il vento delle pianure continuava a soffiare, ma ora, per la prima volta da quando era entrato a Shiprock, la pietra sotto le sue dita non sembrava più una condanna, ma una sfida condivisa.

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