Arriva in città un uomo silenzioso con in mano dei carboncini....
L’uomo che dipingeva i destini
Nessuno, su Gor, conosce ancora davvero Ashraf Rathmullah. Alcuni lo hanno visto arrivare con abiti insoliti e uno sguardo troppo attento per essere quello di un uomo appena giunto in una terra straniera. Altri ricordano le sue mani: sottili, eleganti, segnate più dal carboncino e dai pennelli che dalla spada. E quasi tutti ricordano il suo nome. Ashraf Rathmullah. Un nome che, per lui, appartiene a un mondo che forse non esiste più.
LA TERRA
Ashraf nacque sulla Terra, all’interno di un’antica famiglia persiana. La sua famiglia non era soltanto ricca. Era una famiglia che aveva sempre attribuito grande valore alla cultura, all’educazione e alla memoria dei propri antenati. Nella casa in cui crebbe, i libri occupavano intere pareti. Poesia persiana, filosofia, storia, arte, manoscritti antichi. Ashraf imparò presto che un uomo può ereditare un nome, una casa e una fortuna. Ma ciò che veramente eredita dalla propria famiglia è il modo in cui guarda il mondo. Fin da ragazzo mostrò una particolare sensibilità per il disegno. Mentre gli altri bambini giocavano, lui osservava. Osservava i volti degli ospiti. Le mani del padre. Il modo in cui la madre abbassava gli occhi quando ascoltava una poesia. La luce sulle piastrelle decorate. Le ombre sui muri. E poi cercava di riprodurre tutto su carta. Il suo talento venne riconosciuto presto. Ashraf divenne pittore. Ma non amava dipingere ciò che era semplicemente bello. Preferiva dipingere ciò che aveva una storia. Un vecchio con il volto segnato dagli anni. Una donna che sorrideva nascondendo la tristezza. Un uomo potente nel momento in cui rimaneva solo. Diceva spesso: “Un volto racconta sempre una verità. Bisogna soltanto avere la pazienza di ascoltarla.”
IL NOME RATHMULLAH
Ashraf crebbe con la consapevolezza di appartenere a qualcosa di più grande di lui. Il nome Rathmullah gli aveva dato educazione, possibilità e rispetto. Ma suo padre gli aveva insegnato anche un’altra cosa. Il privilegio senza disciplina rende un uomo debole. Ashraf imparò quindi a essere elegante senza essere arrogante. Orgoglioso senza essere superbo. Educato, ma non servile. E soprattutto imparò a non mostrare facilmente le proprie emozioni. Quella disciplina sarebbe diventata una delle poche cose che avrebbe portato con sé nel nuovo mondo.
LA NOTTE
Non racconta volentieri ciò che accadde quella notte. Nemmeno lui è certo di ricordarlo completamente. Era lontano da casa. Un viaggio legato alla pittura. Aveva con sé una valigia, alcuni strumenti da lavoro e un taccuino pieno di schizzi. Poi accadde qualcosa. Una sensazione di vertigine. Un rumore. Una luce. E il buio. Quando riaprì gli occhi, il mondo che conosceva era scomparso. Non c’erano più strade familiari. Non c’erano automobili. Non c’erano edifici moderni. Non c’era nessuno che parlasse una lingua che riuscisse a comprendere. Davanti a lui c’era una città di pietra. Mura. Torri. Mercati. Animali che non aveva mai visto. Uomini armati. E volti che lo osservavano come se fosse lui la creatura venuta da un altro mondo. Ashraf rimase immobile. Per la prima volta nella sua vita non aveva una risposta.
GOR
La parola arrivò più volte. Gor. All’inizio Ashraf pensò fosse il nome della città. Poi comprese che era qualcosa di molto più grande. Un mondo. Un mondo governato da regole che non conosceva. Un mondo nel quale il suo nome non aveva alcun valore. La sua famiglia non significava nulla. La sua cultura non gli dava autorità. Il denaro che possedeva sulla Terra non serviva. E nessuno sembrava particolarmente interessato al fatto che fosse stato un uomo rispettato. Per la prima volta Ashraf era semplicemente… un forestiero.
IL PITTORE
La sua salvezza fu la stessa cosa che aveva portato con sé per tutta la vita. La pittura. Un carboncino. Una superficie sulla quale disegnare. Una mano capace di trasformare ciò che vedeva in qualcosa che gli altri potevano comprendere. Ashraf iniziò a disegnare. Prima per sé. Poi per necessità. Un volto. Un animale. Una casa. Una persona. Un ritratto. E lentamente scoprì che l’arte poteva diventare una lingua. Quando non riusciva a parlare, disegnava. Quando non comprendeva una persona, la osservava. Quando non comprendeva una città, la dipingeva. E così iniziò la sua nuova vita.
L’UOMO SENZA PASSATO
Ashraf non racconta immediatamente a tutti di essere venuto dalla Terra. Per molti sarebbe impossibile da credere. Per altri potrebbe renderlo sospetto. Così, quando qualcuno gli chiede da dove provenga, risponde semplicemente: “Da molto lontano.” Non mente. Ma non dice tutta la verità. Il suo accento insolito, i suoi modi raffinati e alcune delle sue conoscenze fanno comunque nascere domande. Ashraf preferisce lasciarle senza risposta. Ha imparato che su Gor la curiosità degli altri può essere tanto pericolosa quanto una lama.
IL PRIMO QUADRO

IL SUO NUOVO CAMMINO
Ashraf non è arrivato su Gor per diventare un guerriero. Non cerca gloria. Non cerca potere. Non vuole essere ciò che non è. È un uomo che osserva. Impara. Dipinge. E cerca lentamente di comprendere il mondo nel quale è stato trascinato. Ma Gor cambierà inevitabilmente Ashraf. Perché ogni volto che dipingerà gli racconterà qualcosa. Ogni città gli insegnerà una nuova regola. Ogni persona che incontrerà metterà alla prova ciò che credeva di sapere sulla vita. E forse, un giorno, qualcuno gli chiederà di dipingere qualcosa che non può essere catturato da un pennello. La libertà. L’onore. Il desiderio. L’amore. O forse… il destino. Ashraf non sa ancora quale sarà il suo destino su Gor. Sa soltanto una cosa. Non vuole più limitarsi a dipingerlo. Vuole scoprirlo.
LA SUA FIRMAQuando firma un dipinto, Ashraf non usa semplicemente il proprio nome. Scrive: A. Rathmullah e sotto, in caratteri persiani:سرنوSar-nevesht. Destino. Perché, nella sua mente, ogni persona che incontra porta con sé una storia che ancora non conosce. E ogni quadro è soltanto l’inizio.
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